SPECTRAL: il punto di arrivo

Nel particolare mondo dell’audio di fascia alta, non esiste una società più particolare di Spectral Audio. Dalla fondazione avvenuta nel 1977 questa azienda anticonformista ha seguito il suo percorso senza preoccuparsi del successo aziendale piuttosto che dei pareri esterni.
La società gestisce un laboratorio di ricerca indipendente, finanziato senza scopo di lucro, per la produzione di apparecchi audio.
In effetti l’azienda ha le medesime dimensioni di 30 anni fa.
La capacità produttiva di Spectral è rimasta volontariamente di medie dimensioni perché ingrandire la produzione avrebbe compromesso gli elevati ideali fondamentali della società.
In tutti i casi, Spectral ha prodotto più di 16.000 unità ed attualmente produce circa 1.000 apparecchi l’anno.

Spectral non pubblicizza i suoi prodotti, non ricerca recensioni o comunicati stampa dalle riviste, né si impegna in pratiche commerciali di espansione. Piuttosto, progetta e costruisce accuratamente i migliori prodotti che sa costruire e lascia che gli appassionati scoprino i suoi prodotti per conto proprio.
Spectral in effetti è il punto di arrivo a cui si accede dopo-anni o decenni di convivenza con altri marchi; qualcosa di raro nell’audio high-end – un punto di arrivo finale dopo vari cambiamenti lungo la strada del perferzionamento del proprio sistema audio.

Il fondatore di Spectral Richard Fryer non è un progettista, ma fa in modo che i progettisti più talentuosi del settore possano lavorare nel miglior modo possibile.

Egli ha accuratamente reclutato le migliori menti della progettazione audio, ha acquisito la migliore strumentazione disponibile sia per la progettazione che per altre discipline e ha fatto in modo che ogni tecnico potesse esprimere al massimo la sua creatività.

Il capo di queste menti eccelse è Keith O. Johnson, un uomo di cui si potrebbe scrivere un libro per quanto ha contribuito al miglioramento delle prestazioni audio. Johnson è un ingegnere del suono, un progettista di circuiti analogici, un progettista di sistemi digitali, un pioniere delle registrazioni su nastro ed un intellettuale di primissimo ordine.

Fin dall’inizio, Spectral ha creduto che la sorgente, il preamplificatore, l’amplificatore di potenza, ed i cavi di connessione debbano essere progettati come complementari ad un unico sistema. Ecco perché Spectral specifica che i suoi prodotti devono essere utilizzati esclusivamente con cavi di interconnessione e potenza di Musical Interface Technology (MIT). E questo non è semplice consiglio o raccomandazione ma un requisito fondamentale.

Spectral impiega anni per lo lo sviluppo di un singolo prodotto, sviluppando ogni potenzialità dello staff per la produzione di apparecchi del più alto livello. I prodotti sono della miglior qualità al mondo pur avendo un costo ragionevole se confrontato a quello di altri marchi.

Non si riesce ad immaginare un’altra società nella quale il fondatore personalmente testa ed ascolta ogni singolo prodotto realizzato, lo imballa per la spedizione subito dopo averlo scollegato dal sistema di riferimento per garantire al cliente di ricevere l’apparecchio perfetto esattamente come lo si voleva produrre.

Questo meticolosità si riflette nel suono dei prodotti Spectral e le qualità soniche riflettono gli ideali della società.

Gli apparecchi Spectral sono caratterizzati da un senso di precisione e di estrema chiarezza accoppiata a risoluzione e velocità. Un altro segno distintivo dei componenti Spectral è la precisa profondità di immagine e la corretta spazialità.

Con Spectral si ottiene un suono pulito e veloce senza false coloriture od arrotondamenti che alcune persone a volte chiamano presentazione “musicale”.

Tale prerogativa è antitetica rispetto agli ideali di Spectral, e l’ascolto di un set-up completamente Spectral è un’esperienza raccomandata che ogni amante della musica dovrebbe fare almeno una volta nella vita.

Storia e pietre miliari

1976: viene creata l’azienda a Sunnyvale in California. Demian Martin è il primo ingegnere progettista della compagnia

1977: si parte con la produzione dell’MS-One, il primo preamplificatore dual mono solid state, il primo preamplificatore capace di accettare segnali da testine moving coil senza moduli di guadagno aggiuntivi.

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1980: viene lanciato il DMC10, ulteriore miglioramento dell’MS-One. Introduce per primo la costruzione “system board” una tecnica comune alla costruzione di strumentazione di misura elettronica. Il DMC10 rimane in produzione per più di 10 anni

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1982: debutto del DMA100 il primo amplificatore finale DC-to- megahertz. Si basa su trasformatori JFETs agli ingressi e MOSFET sul modulo di uscita senza condensatori sul percorso del segnale.

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1985: Keith O. Johnson viene assunto come progettista del lettore cd SDR-1000. Spectral e MIT collaborano insieme per la creazione del cavo di interconnessione MI-500 e del cavo di potenza MI-750. Insieme sviluppano una metodologia di misura per tempi infinitesimi e distorsioni di fase.

1987: Viene introdotta la testina moving coil MCR. L’SDR1000 è considerato il lettore cd americano di riferimento. Ha la caratteristica di poter selezionare dei filtri per poter correggere errori di fase introdotti dai convertitori digitali-analogici, attraverso l’utilizzo di circuiti stampati modulari e alimentazione DC-to-megahertz con topologia a discreti in classe A

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1989: Keith O. Johnson è nominato Direttore del reparto di Ingegneria

1990: esce il DMC20 Reference Preamplifier: doppio chassis con ingressi linea e phono

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1992: debutta il finale DMA180 ad alta corrente. Porta potenza ad alta uscita ai circuiti Spectral ultra veloci. Molte tecniche applicate al DMA180 raggiungeranno la piena espressione nel futuro DMA300 RS

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2000: entra in produzione il preamplificatore DMC30. Il suo controllo di volume è il risultato di 3 anni di ricerca e sviluppo sugli attenuatori di segnale. Vengono creati 3 livelli di architettura del DMC30, che ora è alla quinta generazione. Viene introdotto il finale mono DMA360 con alimentazione DC-to- megahertz ad alta corrente.

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2007: il preamplificatore DMC30SS Reference introduce il “super fader” ed i moduli SHHA (Spectral High Hybrid Amplifier

2008: entra in produzione il lettore cd di riferimento SDR-4000 Pro che sancisce un nuovo standard di riferimento. Ha la caratteristica di avere circuiti completamente a discreti che includono convertitori “current-to-voltage”.

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2013: esce il finale DMA400 Monoaural Reference che incorpora nuovi moduli a tecnologia SHHA

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2015: viene prodotto il preamplificatore di riferimento DMC30 SV. Progetto a ultra alta velocità per il controllo delle distorsioni tramite semiconduttori creati attraverso una tecnologia personalizzata.

2016: messa in produzione del lettore SDR4000SV. L’SV ha un dac di nuova concezione nel quale l’amplificazione della sezione di uscita è stata ottimizzata per supportare la velocità più elevata. La sezione del filtro di equalizzazione passiva è calibrato e riallineato a mano. Complessivamente, la topologia di amplificazione ad alta velocità a componenti discreti porta le prestazioni analogiche ad un nuovo livello in un componente digitale.

Riportiamo ora una panoramica dei preamplificatori e finali Spectral ripresa da articoli apparsi sulla rivista Audiophile Sound:

Gli amplificatori finali Spectral
Parimenti a quanto avvenuto nel settore della preamplificazione, Spectral ha sempre avuto due linee di prodotto anche per quanto concerne i finali di potenza: una piccola ed una più grande, sia dimensionalmente che come potenza erogata.
Il primo finale della Casa è stato il DMA100 (del 1986), poi sostituito nel 1989 da due finali di potenza ben diversa: il DMA200 ed il DMA50; il 100 ed il 200 (ben diversi dai moderni omonimi cui si aggiunge il suffisso ‘S’) sono macchine interessanti, ma non troppo, e dotati di una sonorità abbastanza chiara, la qual cosa ha creato un’erronea immagine dei prodotti del Marchio che, si diceva, suonassero ‘freddi’, convinzione smentita subito, appunto, dal ‘piccolo’ DMA50 (80 watt dichiarati), probabilmente il più ‘tiepido’ di tutti i finali Spectral. Un finale straordinario, dotato di una ricca capacità di introspezione, ma dotato anche di una nota di calore davvero interessante; il 50 ha una conformazione ‘slim’ e, come i successivi 80 e 90, è dotato dei soli connettori di ingresso RCA; all’interno sono visibili due bei trasformatori di alimentazione piuttosto schiacciati che, negli ultimi esemplari ‘transizionali’ prodotti, verranno schermati da un’appossita lamiera metallica. I MOS FET utilizzati come finali sono i noti Hitachi J50 e K135 (se non ricordo male), J50 che sarà sostituito nel DMA80 dal J49.

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Dell’80 (nato nel 1991) si è parlato molto: la ricerca di una maggiore capacità di dettaglio porta il suono di questo modello ad essere considerato (giustamente…) un poco troppo freddo, specialmente se abbinato ad un DMC10 della Casa; grande velocità, eccellente trasparenza, ma l’anima ed il cuore che vitalizzavano il precedente DMA50 sembrano un poco dimenticati: il tecnicismo spinto ha prevalso sulla romanticità di esecuzione che il piccolo 50 è ancora oggi in grado di esibire senza sfigurare a confronto di macchine ben più moderne.
Dell’80 ne esiste, anche in questo caso, una versione ‘transizionale’ (nata nel 1993) dotata di alcune modifiche soprattutto sull’alimentazione; da ricordare anche la versione monofonica DMA80M dotata anche dell’ingresso bilanciato.
Nel 1996 viene presentato il DMA90 (100 watt dichiarati, come quelli dell’80) che torna ad avere i MOS FET già utilizzati nel 50; non saprei se questa modifica sia stata in grado di virare nuovamente il suono verso tonalità più calde, fatto stà che in effetti il 90 coniuga parzialmente il ‘romanticismo sonoro’ del 50 con la trasparenza dell’80, per risultati all’ascolto di assoluto rilievo. Tramite un selettore sul pannello posteriore è possibile la ‘massa a ponte’ di tutta questa serie, effettuabile però con una coppia di finali assolutamente uguali; come detto, mannaggia, sono state numerose le piccole modifiche che ogni lotto di produzione portava con sè, modificando il risultato finale, seppur di sfumature. Le ultime serie del 90, alquanto rare, sono già dotate dei finali in contenitore plastico che saranno poi utilizzati dal successivo DMA100S del 2000.

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E siamo allora giunti finalmente al modello top della Casa, almeno per quanto riguarda le prestazioni all’ascolto: bisognerà aspettare 10 anni perchè il 100S venga superato dal ben più potente DMA260, dal costo (e dalla potenza) doppia… Una macchina, il 100, con un equilibrio timbrico sostanzialmente neutrale, a tratti virato verso una impercettibile nota di calore, piuttosto che di freddezza, specialmente se abbinato ad un DMC20 o un DMC30SL
Il 100S presenta una capacità di risoluzione che tanti macchinari nati successivamente solamente si sognano, una trasparenza ed ariosità che meritano sicuramente di un preamplificatore di livello parimenti eccelso per poter essere conosciute appieno; il limite del 100S risiede un poco della capacità di erogare corrente, direi non a livello delle altre straordinarie caratteristiche, la qual cosa ne limita l’utilizzo con diffusori dall’efficienza medioalta, almeno se si desidera il raggiungimento di pressioni sonore interessanti.
Nel 2005 viene presentata la seconda serie (S2) di questo finale; le uniche caratteristiche distintive risiedono nel suffisso ‘S’ sul frontale e nella sostituzione di vari componenti sulla scheda madre. Il suono parrebbe essere un poco più arioso, ma, a mio avviso, si tratta di sfumature discernibili solo dopo un attento ascolto a confronto, nonostante che li abbia avuti in saletta insieme…
E veniamo ora ai finali più potenti e, tralasciando il DMA200, iniziamo con il DMA180 (del 1992), un 200 watt per canale dotato di una gamma bassa davvero straordinaria e che sarà sconosciuta ai modelli successivi, almeno sino al 250/260. Purtroppo la gamma medio-alta non avrà la trasparenza e la raffinatezza che comunemente hanno contraddistinto le amplificazioni del Marchio, difetto che in minima parte sarà attenuato dalla versione successiva (serie 2) del 1999.
Nel frattempo viene presentato un modello più ‘leggero’ nel 1996, ovvero il DMA150 (150 watt), capostipite di una lunga serie di finali; vengono adottati i finali in contenitore plastico che saranno poi comunemente utilizzati su tutte le versioni successive, sui 90 ‘transizionali’ e sui 100S; raffinatezza assai più marcata rispetto ai 180, ma decisa perdita di impatto in gamma bassa, la qual cosa rende questo finale non universale. Ne ho avuti vari esemplari perchè a volte questo limite poteva compensare una certa qual esuberanza di alcuni diffusori presenti in pianta più o meno stabile in saletta; anche se, come più volte ribadito, non si dovrebbe compensare una difettosità con un’altra difettosità di segno opposto…; ma il gioco dell’audiofilo è anche questo, che si illude con la sua maestria e sapienza di poter ottenere ottimi risultati anche con prodotti, sotto certi aspetti, con alcune evidenti lacune… Un altro presunto difetto di questo finale è la presenza di un marcato ‘bump’ all’atto dello spengimento: la versione successiva del 2000, presentata assieme al monofonico DMA360 (300 watt), ovvierà a questo piccolo problema mediante l’installazione di una schedina aggiuntiva per canale che eliminerà il problema, ma renderà la macchina un poco meno veloce….: strano, ma vero, almeno per quanto ho avuto modo di sentire.
La scheda madre del 150 rimarrà uguale a sé stessa per tutti i modelli successivi, ed infatti anche sugli attuali DMA260 è possibile leggere sulla stessa “DMA150/360 System Board”, segnale evidente che la progettazione si è rivelata lungimirante…
Nel 2005 nasce il DMA160 (160 watt per canale), uguale esteticamente al 160, ma dotato di trasformatori di alimentazione più massicci, la qual cosa costringerà i tecnici Spectral a modificare parzialmente il telaio di alloggiamento della circuitazione. Il 160 presenta finalmente una gamma bassa maggiormente allineata alla medio-alta, ma è nel coevo DMA250 (200 watt per canale) che si ritroverà un impatto simile a quello del ‘nonno’ 180, ma con una raffinatezza ben diversa. Il 250 rappresenta quindi una macchina davvero universale: un’energia straripante ed apparentemente inesauribile rende un vago ricordo le incertezze del 150 quando chiamato ad affrontare una partitura che dovesse richiedere una cospicua erogazione di corrente.
Alcune prove a confronto con il 150 possono indurre l’ascoltatore a ritenere quest’ultimo dotato di maggior trasparenza, ma è una sensazione spesso ingannevole che viene suscitata da macchine dotate di equilibrio timbrico parzialmente spostato verso la gamma medio-alta.
Nel 2009 una ulteriore evoluzione del 160, ovvero il DMA200S, la cui differenza più appariscente rispetto ai modelli precedenti risiede nella sostituzione delle capsule metalliche sulla scheda madre con degli elettrolitici ‘nudi.’ La superiore risoluzione del dettaglio rispetto al 250 costringerà Spectral a rivedere pesantemente i top di gamma (360 e 250), creando così l’attuale DMA260 (200 watt) ed il nuovo monofonico DMA360 serie 2: questi finali sono dotati della stessa estetica dei modelli che sostituiscono, ovvero con delle ‘poderose’ maniglie di trasporto; il 260, inoltre, presenta al suo interno una scheda supplementare particolarmente evoluta e dotata di componenti a montaggio superficiale. Non saprei addentrarmi nel dettaglio, ma le prestazioni all’ascolto sono davvero entusiasmanti e di un altro ordine di grandezza rispetto ai perfezionamenti che via via si sono aggiunti sui finali sin qui citati; voglio dire che, se tra un 150 ed un 160 le differenze risiedono in un diverso equilibrio timbrico, mentre la capacità di risoluzione parrebbe essere la stessa, con il 260 siamo proprio su un livello qualitativo diverso, ahimè (ahimè a causa del listino davvero elevato…).
Come ho già avuto modo di riferire, la straordinaria ariosità e la capacità di scontornamento degli esecutori sono pari (se non superiori) a quelle del parimenti eccellente DMA100S; nel 260, tuttavia, la capacità di erogare corrente è assai più elevata, la qual cosa lo rende davvero un finale universale e che se la può giocare con i primissimi della classe, comprendendo le realizzazioni più esoteriche e di qualsiasi livello economico.

Conclusioni
A dispetto dell’evoluzione tecnologica che questi apparecchi hanno subito, ho utilizzato come amplificazione di riferimento per tanti anni di seguito un’accoppiata costituita da un DMC20 Serie 2 con un DMA150 Serie 1, naturalmente intervallata da altre che utilizzavo per scriverne delle recensioni. Questa scelta è stata dettata principalmente da motivi di sinergia con i diffusori utilizzati da tanti anni (degli Avalon Eidolon) che, a tratti, potevano anche un poco esagerare riproducendo certe gamme di frequenza che eccitavano i moti propri di risonanza della stanza. Il DMA150, grazie alla sua leggera smussatura in questo range, smorzava un poco questa tendenza; e, giusto per dirla tra noi, ho mantenuto il 20 anche perchè è risultato essere a tutt’oggi imbattuto in certe caratteristiche (ariosità, dinamica…) che sembrano non riscontrarsi nei fratelli più evoluti che, d’altra parte, hanno una risoluzione del dettaglio ed una precisione superiori.

I preamplificatori Spectral
Spectral ha sempre avuto due linee di prodotto dedicate alla preamplificazione: quella base (che suona già assai meglio di tanti Reference di altre Case…) e quella top. La prima, che in realtà comprendeva già due modelli di diversa classe di prezzo, è nata nel 1986 con i modelli DMC5 e DMC10, macchine ovviamente dotate di ingresso analogico e dalla sonorità brillante e dinamica, a volte bisognosa di attenzione negli accoppiamenti per non mettere troppo in evidenza il lato chiaro di questi preamplificatori. Nel 1989 i modelli vengono aggiornati e divengono rispettivamente DMC6 e DMC10 Delta, con modifiche di dettaglio. L’anno successivo è la volta della pietra miliare DMC20, a tutt’oggi una macchina che presenta delle doti musicali più che eccellenti.

La serie entry level (beh, si fa per dire, visto che l’ultimo listino del DMC15 è di circa 8000 euro…) si evolve nel 1992 nel DMC12, preamplificatore che rimarrà a listino per ben 11 anni, sostituito poi nel 2003 dal DMC15. Mentre il DMC12 rappresenta un DMC20 semplificato e solamente sbilanciato (seppur grosse semplificazioni sono presenti nella sezione phono), il DMC15 rappresenta una versione solo sbilanciata del DMC30S, il primo pre della Casa ad essere dotato di schede di amplificazione di linea dotate di componentistica a montaggio superficiale, una evoluzione sostanziale rispetto a quelle utilizzate sino ad allora.
Le nuove schedine sono denominate SMA-1 e tali rimarranno sino ad oggi; ciò che le differenzierà nel corso del tempo sarà la revisione, identificabile nella scritta contenuta tra le alette di dissipazione della schedina stessa, e precisamente SOT1-B700-Rev.X, ove X è una lettera che dipende dal modello di preamplificatore, e precisamente è Rev.A nel primo DMC15 (e DMC30S), Rev.B nella prima versione del DMC30SL (del 2003), Rev.D in tutti i modelli successivi (e sono molti…), ovvero il DMC15 G2, il DMC15SS, il DMC30SL G2 e tutti i DMC30SS.

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Ed allora dove si possono identificare i vari modelli…?!? Bene, procediamo con ordine ed iniziamo prima a disquisire del DMC20, come detto del 1990. Costruito in due telai, uno dei quali dedicato ad una possente alimentazione (che sarà probabilmente la causa delle prestazioni dinamiche tutt’ora ineguagliate dalle varie evoluzioni del successivo DMC30). La parte preamplificatrice è equamente ripartita tra sezione analogica e di linea. Sono presenti dei trimmer di regolazione per ogni ingresso, trimmer che saranno poi dotati di by-pass nella serie 2. La scheda analogica si chiama W202 ed è dotata della possibilità di regolazione del guadagno su tre livelli e di impedenza su quattro valori.
Nel 1999 (e quindi dopo quasi 10 anni di permanenza a listino, alla faccia delle varie Special Edition che oggi vanno tanto di moda…) esce la Serie 2. Bene, in realtà nel corso di svariati mesi di quell’anno vengono venduti dei modelli transizionali, riconoscibili dall’esterno dalla presenza dei fori di montaggio rack sui pannelli frontali ed al loro interno dalla nuova scheda analogica W202A dotata tuttavia ancora dei condensatori di tipo vecchio (quelli marroncini). La serie successiva non avrà più i fori e sarà dotata di elettrolitici bicolori montati in sostituzione degli altri citati.

l fatto di voler utilizzare le rimanenze di componentistica ancora presente in magazzino non mi sembra poi così grave, visto che anche la Rolex ha costantemente seguito questa pratica nel corso dell’evoluzione dei propri modelli; basti pensare ai numerosi modelli transizionali apparsi sul mercato in cui un orologio con il nuovo vetro in zaffiro utilizzava ancora il precedente quadrante pallettoni montato sui vetro-plastica corrispondenti… Oltre alla nuova W202A, la serie 2 è dotata dei citati interruttori di by-pass dei trimmer di attenuazione degli ingressi. Le schede di linea sono diverse e sono dotate di dissipatori di differente geometria.
Ben diverso il comando del volume, dotato di un preciso selettore a resistenze di precisione nella prima serie, sostituito qui da un massiccio reostato nel modello successivo. Le differenze sonore tra le due serie del DMC20 sono identificabili non solo in una maggiore trasparenza ed ariosità del modello più recente, ma anche ad un diverso colore timbrico degli apparecchi: più chiaro e lucido il 20 e sensibilmente più caldo e levigato il 20/II.

Contemporaneamente alla serie II del 20 viene presentato il modello solo line’ DMC30, dotato di identiche schede di linea, ma dotato di una alimentazione davvero semplificata e contenuta all’interno di un unico telaio. Finalmente dotato di telecomando, il nuovo 30 accontenta i riformatori ed i digitalisti, ma lascia alquanto perplessi coloro che avevano avuto modo di ascoltare il 20, dotato di caratteristiche sonore sensibilmente diverse ed, in linea di massima, sempre più piacevoli.

Nel 2003 vedono la luce le evoluzioni del DMC30, ovvero il modello S ed il modello SL. Già il primo rappresenta un deciso passo in avanti rispetto ad un asettico 30; ma è il secondo (l’SL) a stupire gli appassionati del Marchio, con caratteristiche sonore davvero straordinarie, prima tra tutte la straordinaria fluidità e naturalezza di emissione, unite ad una capacità di discernere i dettagli davvero fuori dal comune. Il modello SL (dotato, come detto delle schedine Rev.B) verrà evoluto nella versione Generation 2 (G2) dotata delle schedine Rev.D. Ecco quindi un’altro mistero: e la Rev.C dov’è andata a finire…?

Personalmente, pur avendone maneggiati in un numero cospicuo, non mi è mai capitato di trovarne una, ma non è detto che la ricerca finisca qui… Le differenze all’ascolto tra le due serie si individuano in una leggera maggior precisione del G2, unita ad un certo qual maggiore calore. Stranamente la velocità nel seguire i transienti più bruschi pare essere diminuita, ma si tratta di sfumature.
Nel 2007 ecco un altro modello transizionale, prodotto in pochissimi esemplari: si tratta della primissima serie del DMC30SS che riporta tale dicitura sul pannello frontale e che contempla la sostituzione dei dissipatori con altri elementi dotati di una alettatura maggiormente estesa, ma che monta ancora il potenziometro tradizionale e non il componente custom prodotto su specifiche. Non saprei dire quanti esemplari di questo tipo ci siano in circolazione, fatto stà che, avendo ricevuto il primissimo esemplare arrivato in Italia, sono incappato proprio nel modello di transizione…

Abbiamo citato i dissipatori dei vari elementi attivi soggetti a produzione di calore. Ebbene, in vari esemplari di DMC20 e DMC30 ho notato che la vetronite al di sotto di tali particolari si mostrava alquanto brunita proprio a causa del notevolissimo calore emesso da tali componenti. Per ottenere i migliori risultati di ascolto da subito, infatti, numerosi appassionati lasciano il proprio preamplificatore costantemente in moto, la qual cosa danneggia (ma solo esteticamente, sia chiaro…!) la vetronite della scheda madre.

Nel 2009 è la volta del DMC30SS G2. La modifica più appariscente consiste nella parziale sostituzione dei condensatori di livellamento dell’alimentazione: dei 7 esemplari azzurri presenti sino a questa versione, cinque vengono sostituiti con dei condensatori di colore nero e solamente due rimangono inalterati: in Spectral non sono certamente sciocchi e quella che appare una modifica balzana al mio occhio ignorante, evidentemente apporta un qualche beneficio. L’evoluzione sonora corre sempre di più verso una maggior ricerca del dettaglio e della trasparenza, con una riproposizione della trama sonora sempre più raffinata ed impercettibile. Vengono messe da parte quelle concessioni ad una leggerissima eufonia che solamente adesso appaiono pervadere la musicalità dei modelli SL.

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Ma, come detto, si tratta di sfumature, seppur apprezzabili all’interno di una catena equilibrata e correttamente installata. Quello che appare invece con maggior evidenza è la minore distorsione (oddio, non che l’SL ne avesse, ma qui è ancora più bassa…): è possibile alzare il volume sino all’inverosimile senza che la scena sonora abbia a risentirne in alcun modo; e da questo punto di vista finalmente si riesce a raggiungere una prestazione che, sino ad oggi, pare essere rimasta esclusiva del veterano DMC20, alla faccia dei progressisti a tutti i costi…

Alla fine del 2011 viene presentata l’ultima evoluzione del DMC30SS, ovvero la Serie 2. In questo esemplare si è cercato di affinare ulteriormente la pulizia del segnale cercando di eliminare quanto di ritenuto superfluo si interponesse sul percorso del segnale musicale. Ecco così che i moduli di amplificazione ‘301’ sui quali sono installate le ‘solite’ schede di linea Rev.D divengono 301A a causa dell’eliminazione degli switch che provvedevano a selezionare il guadagno di preamplificazione. Altre modifiche non mi pare di averne rilevate, seppur ad un confronto visivo più che accurato.
All’ascolto le differenze si fanno sempre più sfumate. Alcuni asseriscono di avvertire un poco più fluido il modello più recente; ma, per assurdo, non mi trovano completamente d’accordo, almeno nelle sedute di ascolto che ho avuto la fortuna di poter eseguire.